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    October 05

    Il tempo ti darà ragione...

    Precisiamolo. Non sono un eroe. E nemmeno vorrei che mi definissero in questo modo. Ma sono fiero di me stesso. Questo si. Perché mi sento migliore di come ero. In poco tempo ho fatto passi da gigante. E lavorerò ancora affinché il lavoro non mi manchi mai. Non era nemmeno più una questione di soldi era la consapevolezze di poterci riuscire, era la scommessa che fai su te stesso, il film di una vita, il farsi prendere da una situazione che può durare un istante o per sempre. Era luglio. Era il 2007. cambiò la mia vita quando conobbi la ditta per la quale mi sveglio tutte le mattine. Passo più tempo li che a casa. Ultimamente da Taranto sono stato dirottato a Brindisi. La strada era lunga, il problema del sonno rimaneva costante, la sveglia, alzarsi presto, le strade di campagna di Grottaglie. Questo è crescere, farsi le ossa. Dopo che fai queste esperienze pretendi un futuro migliore e se solo dovessi chiederlo al destino lui ti concederà il meglio delle tue aspettative, di più di ciò che auspicavi, questa è la vita, certo non è un film, non sarai mai appagato. Resterai un nome e un cognome, di te nessuno avrà mai un ricordo. Ma la gente ti osserva e dopo più di un anno ti riempie di complimenti. Qualcuno non lo sa. Si nasce così. Non si può diventare. Chi decide di mantenere un patto è un fedele, chi fa in modo che quella promessa fatta a se stesso non venga mai violata è un coraggioso, uno che non si fa scalfire dai pregiudizi e dalle parole. Uno che va avanti anche quando sbaglia, torna a casa in lacrime, di sera ed è felice.

    La dea bendata premia chi si prepara. Premia chi si sacrifica ora per stare meglio domani, premia chi si sta forgiando. Mi sento quindi rinato. Mi pagano per mantenere fede ad un patto, mi pagano per lavorare, per fare cose che mi piacciono. Certo non è da tutti sporcarsi le mani. A volte sono persino scontento del mio rendimento. Ci sono giorni che il tempo passa troppo in fretta e io sono il solo artefice del mio futuro, l’esempio per quelli più grandi, l’erede di mio padre, il presupposto per mio figlio. Ecco perché non sono i soldi la gloria. Una foto è l’unica forma di gratitudine. Quelle foto che scatto sono l’esempio di come lavoro, sono il motivo dei miei giorni di tute sporche e di magliette sudate. Non mi importa del resto e del resto qualora fossi stato male sarei andato via subito. Ma io sono lontano dagli occhi, non vedo, spesso sento ma vado avanti.

    Io da solo sono il mio orgoglio, non è la mia bocca che deve parlare ma quella degli altri. E se parla gente che ne ha visti di ragazzi, allora dopo più di un anno io sarò ancora più meritevole di quel ruolo, saranno le loro congratulazioni lo stipendio da guadagnare, il merito da confermare.

    Io sono felice anche del resto che non c’è. Di quella parte di me che dovrebbe uscire e chiedersi una vita che vada oltre quell’ambito. Eppure se oggi non fosse domenica sarei li. Ci sarei alla prima ora del mattino a dare vita ad un’altra scommessa con me stesso, contro il tempo, insieme ad un patto che mi lega al mio avvenire. Sempre e comunque insieme. Io e quella mia voglia di sfondare. Di vivere di una vita pratica perché la teoria è degli altri. Io faccio della mia quotidianità il mio studio delle mie braccia il mio cervello e cerco di migliorarmi. Così terminerò questa e l’altra gru, quella arrugginita e quella bruciata. Per me parleranno sempre gli altri. Così capirà anche mio padre di che pasta sono fatto e la mia donna, come ha detto lui una volta, non avrà mai nulla di che lamentarsi, fino a quando mi basterà l’appagamento per potermi realizzare, per vivere nelle foto dei miei ricordi e nella mente dei miei presupposti. Il tempo mi ha dato certezze, mi ha aspettato, sarà lui ha darmi ragione, a farmi valere.

    September 08

    After the rain..the sun

    E oggi non ci sarò al gioco dei tuoi squilli, non ci sarò nemmeno al gioco di prendersi in giro di quell’altra, alla finta storia dei libri, alla voglia di parlarne che è solo un’idiozia. Non commetterò l’errore, rivedendovi ieri, di farmi sentire oggi. Non ci sarò al vostro approccio, piccante, quasi quanto la serata dedicata al peperoncino. Non ci sarò in quel suo sguardo che ti fa capire che devi farti sentire all’indomani, non ci sarò in quella scusa banale dei libri mai voluti, dei libri che io ho venduto da un pezzo, non cadrò nella trappola, non prendere il telefono, resterà inattivo come lo è stato le altre volte che io avrei voluto sentire voi, ora che sarei io a dovermi fare sentire e non lo faccio. Rischiando. Rischiando poi cosa, rischiando di condurre semplicemente la mia vita normale, rischiando di essere come sono, ne meglio, ne peggio. Non ci sarò in quel sorriso malefico, in quell’occhio dannato, in quel buongusto, in quel tuo osservare il fisico perfetto alle mie spalle, piuttosto che guardare me, io che ti ho dato la parola, io che non potrò mai sentirti parlare. E sei una mia creatura e questo mi fa male, quasi quanto quella sensazione di dispiacere nel non averci provato oggi. Eppure la vita mi ha reso forte, immune da ogni provocazione, persino da quella un tempo più forte, ora ridicola, di una minigonna al vento, di un seno che esce da fuori non so dove, da altro e altro ancora. Con il tempo ti forgi, acquisisci carattere, quello che non avevo prima. Anni fa avrei preso il cell senza esitare, chiamato la sera stessa, prima di andare a letto. Ma il destino è crudele, l’esito è scontato quasi più della scusa che inventerete per cambiare opinione sul mio conto, per cambiare discorso. Perché le donne non sono altro che l’illusione continua, il sorriso che non tramonta mai, falso quasi quanto il loro viso. Ecco perché amo gli amici, perché non mi voltano mai le spalle e quando sono io a girarmi loro mi mettono la mano vicino al collo, mi stringono forte a loro ed è meglio di una notte d’amore, di un sogno proibito, di un pensiero indecente, di un bacio rubato, di un tormento dannato. È meglio persino delle vostre bocche quel gesto, degno di noi a tal punto da essere per sempre al di la di tutto, amici, in ogni caso. Senza remore, senza rancore, senza mai un litigio degno di esistere, senza mai una bugia a farci compagnia. Loro sono le persone che mi amano di giorno e mi stimano di notte, voi siete invece il peccato originale e la divina provvidenza, siete il diavolo e l’acqua santa, che apparite in diverse sfaccettature, senza mai capirvi, senza mai avere idee definite, istigando il cacciatore senza mai rendervi prede, provocando in ogni modo, dirottando su ragazzi migliori poco dopo. Io sono la fine del principio, sono io l’errore nell’iniziare un dialogo, io l’errore nel salutarvi, nel rendervi grandi, nel mettermi persino in ridicolo. Io i libri li ho già venduti, gli squilli non mi servono a niente, nemmeno le vostre facce, ormai tese ad indicare cose e argomenti di cui conosco già l’esito, banale più del vostro essere, spietato sarò con chi male mi ha fatto, onorato sarò a chi bene mi ha tratto. Per fortuna che l’ho capito in tempo, niente più lacrime, la pioggia non è più una condizione del mio essere. Dopo la pioggia… il sole.

    August 29

    Sali su fino a me.. Daniele

    Svegliati, Sali su fino a me, brilla già in ogni via la tua luce. Chissà se avremo un occasione, ancora un cambio di stagione, beata me pazienza!. Inizia con questo pezzo il mio nuovo intervento, ora vi spiego perchè.

    Mi scuso se mi contraddico ma è ovvio. È giusto che sia così. Cancelliamo quello che ho detto sulle olimpiadi. Il calcio è la mia vita. Se così non fosse non vivrei di altro, quasi non respirerei. Perciò torniamo alle emozioni vere quelle che farebbero rabbrividire il più ignoti degli osservatori sul teleschermo. Il mio intervento ha un nome e un cognome, ed è lui, l’unico vero acquisto grande grande che da anni ha fatto la Roma, è immenso quanto il capitano, pensate che lo chiamano capitan futuro, proprio lui la certezza di ieri, la speranza di domani che comunque resta una conferma nella quotidianità, lui lo definirei capitan presente, anche domenica con la fascia al braccio, capace di trasformare il suo brutto anatroccolo in un principe. Sino a quel momento, diciamocelo, la Roma non aveva giocato per niente, umiliata nel primo tempo, rinvigoritasi nella ripresa. Ma la mia faccia resta attonita, rimane in mente quell’immagine che fa battere il cuore forte, quella grinta che solo lui ha, quel tiro “disperato” da fuori, il segno evidente di un fuoriclasse che vuole da solo mutare la partita di altri dieci compagni che non ci sono in campo, gioca da solo e mette la palla nel posto più buio della porta avversaria, segna così, un tiro pazzesco e poi un urlo, Daniele De Rossi, capitan presente, non più domani, perché lui è attualità e storia, scommessa e certezza, qualità e quantità. È il più costante, il tifoso prima del calciatore. Daniele prende e tira di colpo, come se volesse ammazzare da solo una sorta di squadra invincibile. Quella rabbia che sfoga dopo, dentro il suo sangue e sulla sua maglietta alla faccia, dimostra quella grinta di un ragazzo maturo, quell’urlo passa da Milano per Roma arriva sino a Taranto, nel profondo del mio cuore, dimostra la differenza tra un giocatore normale ed un giocatore ultrà. Dimostra l’innata coesione di mente e piede. Lui il cervello e la tecnica nello stesso tempo. Per questo penso a quella canzone, al presidente, Sali su fino a me, Daniele, fino al presidente che sta in  cielo, Sali su ogni volta che rivedo quell’immagine e resto senza parole, con il fiato in gola e con un urlo, brilla la tua luce, riaccendi le speranze, dopo un umiliazione che avrebbe dovuto essere più ampia. E penso al titolo di quella canzone, pazienza, si, in quel tiro c’è persino la pazienza di una frustrazione che cambia e diventa liberazione, di una coppa che se non è arrivata perlomeno siamo riusciti a sfiorarla, ad avvicinarla a noi, e quella coppa è come se fosse nelle nostre mani. In campo Mancini era dalla parte opposta, Totti neanche si è visto, Taddei fuori, Cicinho a casa, Panucci in panca, Giuly a Monaco, Tonetto è entrato dopo, eppure Menez doveva ancora venire, Baptista era venuto da poco e persino Riise non è quello che cercavo. Quello che voglio lo ritrovo ogni anno in lui, nel capitano che verrà, che è venuto e che viene sempre, di partita in partita. Il migliore tra gli acquisti, la conferma di una vita. E vorrei vederlo vestito normale, quasi non ci riesco, vorrei stringergli la mano come se fosse una persona normale proprio lui, l’immenso, l’inverosimile, non è umano, non è comune uno come lui, che segna mentre la testa è nei problemi di vita, nella morte del padre di tua moglie, ma accantoni praticamente tutto, c’è l’Inter la squadra più odiata. Ma il presidente non si può onorare con così poco, per questo ci vorrà ancora lui, il futuro, ci vorrà soprattutto la beata pazienza. E arriveremo li, alzeremo qualcosa di alto, rubatoci l’anno passato. Per questo parlavo di gioie finte e delusioni vere. La nostra è una vera delusione, diventerà presto una gioia certa, basti pensare che a Milano, in campo, si è visto solo De Rossi, con quel suo tiro a dare la scossa, a cambiare volto alla squadra, a trascinare i calciatori normali, a mutarli. Sei entrato senza far rumore, piano piano, e adesso hai un sogno da realizzare, un destino da dedicare, in cielo più in alto, con traguardi che arrivano solo con grandi campioni, e tu sei campione del mondo, sei il bello e il cattivo tempo, perciò cambieremo stagione, perciò ci vorrà pazienza. Il percorso è lungo. La data certa, lo stadio deciso da tempo, manchi solo tu, e quel tuo grido disperato. 27 maggio 2009.

    August 24

    Pechino, per tutta la vita

    E pensare che non amavo gli sport, io quello della vita sedentaria. Quello che alla play station conosceva solo “Tekken 3”. Ma la televisione certe volte ci fa diventare tutti atleti, tutti olimpici magari, tutti come i personaggi dei telefilm trasmessi, da piccoli sognavamo i cartoni animati e ci entusiasmavamo ad un “onda energetica” qualsiasi di Goku oppure ad un “fulmine di Pegasus”. Così diventiamo più grandi, il calcio è lo sport più diffuso, lo inizi a conoscere tra le strade non asfaltate di giù a casa, inizi a sbucciare ginocchia di sangue, inizi a provare le prime esperienze da calciatore, ti senti uno di quelli della tv, proprio perché quello sport lo pratichi, è lo sport collettivo per eccellenza perché riesce a mostrare la bravura del singolo che poi è quella che va a fare la differenza. Continui a giocare nella speranza che il tuo sogno si materializzi presto. Vedi in tele giocatori forti e ti chiedi se un giorni riuscirai a sfiorarli, a marcarli o chissà magari a fargli persino gol. Supereroi da fumetti. Poi hai una delusione immensa nel vederti grande. Non hai avuto il finale romantico di Dawson e della sua cricca. non avrai mai una tata come “la tata”, non avrai la vita eroica di Clark Kent il superuomo, e avrai già messo da parte le mosse di Mazinga, di Ken, avrai in testa solo gli esseri inumani del calcio, da Totti a Del Piero, da Kakà a Ibra ad ognuno corrisponderà un idolo, uguale e diverso in base alla passione. Ma a vent’anni ti rendi conto che non potrai mai essere uno di loro, tu al loro mondo non appartieni anche perché quei tuoi piedini quella palla non la dominano ma la maltrattano, “la prendono a calci”, non fai godere i tifosi, li fai solo innervosire, sei uno normale tu, potrai solo continuare a guardare la tele in cerca di quell’idolo mai raggiunto, a chiederti per ore se quello che fa quello fossi capace di farlo io. Poi ti svegli di colpo da un sogno, ti accorgi che infondo quello sport così duro, quello sport che tutti praticano, che è sulla bocca di tutti, un po’ ti da anche sui nervi, sei stanco di sentir parlare sempre è solo di quello. Gli altri sono diventati malati da questo. Si preferisce una partita di pallone ad una ragazza. Allora accendi la tivu, vuoi dire basta da tempo, ti appassioni a Lucilla Perrotta e al beach volley, a Tai Aguero, a Mastrangelo nelle loro rispettive pallavolo, maschile e femminile che siano, ti innamori di quel mago del fioretto di Tagliarol, di Valentina Vezzali e del suo oro che luccica, ti accorgi che la vita non è rinchiusa attorno a quella sfera da calciare nella rete, c’è altro ed altro e altro ancora che nemmeno l’immaginabile può sfiorare. Grazie alle Olimpiadi ho imparato ad amare altri sport, ho visto un certo Bolt fare cose da pazzi, proprio lui il più veloce al mondo, altro che “thunderbolt Riise”, altro che Martins, ho visto Phelps e le sue otto medaglie tutte dorate, prese tutte in quel posto che più di tutti lo esalta, l’acqua, meglio di un delfino proprio lui che quando va sotto si trasforma in una farfalla, ed è quello lo stile che più lo rappresenta, e apre le ali del suo avvenire, emoziona la gente, diverte ed incanta, un po’ come la nostra Pellegrini che si trasforma in un pesce da stile libero, libero persino dal peso del tempo, morto con lei, tempo che si ferma sul cronometro prima di ogni altro in quella sua specialità ed è una prestazione da primato mondiale, poi c’è l’argento della pupona Filippi. Ma c’è tanto altro ancora, c’è Nadal che vince su tutti, sempre lui, il mago del tennis, meglio di Maradona a livello individuale nel calcio, meglio di Amstrong nel ciclismo, di Shumacher nella formula 1. E se nel motociclismo a Rossi corrisponde Stoner, l’eterno rivale (rimpiazzato oggi dal Biaggi del tempo che fu), nel tennis a Nadal risponde Federer con una forza uguale e contraria. Così il paragone illustre arriva anche nel calcio Da Maradona a Pelè, da Messi a Ronaldinho, passando di colpo sempre dal Brasile all’Argentina e viceversa. Nel nuoto c’è pure l’antagonista, se così si può chiamare uno che arriva secondo sempre dietro ad un fenomeno di nome Phelps, un certo Milorad Cavic, che si mette sempre alla destra dello statunitense.

    Manca ancora uno sport che non ho citato, un qualcosa che mi ha preso a pelle. Non era la pallavolo, non era una partita di calcio, eppure mi sto innamorando. Si tratta del basket. Due partite ho visto, qualcosa di allucinante. Non ne capisco ancora niente di ruoli, zone, schemi ma è formidabile come mi esaltino quei tipi la.

    Questi si che fanno divertire il pubblico, riempiono gli stadi, giocano con schemi semplici ed esecuzioni difficili, danno spettacolo, fanno battere i cuori. Ed è qualcosa di assurdo vederli volare a canestro, vederli persino sul gradino più alto del podio solo adesso, loro il Dream Team. Lebron James, Carmelo Anthony, Kobe Bryant, dei mostri della pallacanestro che hanno avuto dall’alto poteri che a confronto batman sembrerebbe superfluo, che Supermen quando ci sono loro non vola nemmeno più, che Hulk decide di diventare verde ma solo di rabbia, perché i veri beniamini del pubblico sono loro, per tutta la vita, la squadra delle stelle, metterebbero la palla in buca persino bendati, persino da ciechi, volerebbero in aria persino senza gambe, perché la loro adrenalina va al di la delle loro doti, sono così tecnici e spettacolari nel complesso che le loro partite a volte sembrano avere fine prima che inizino, sono dei maghi, non falliscono un canestro. Ma c’è chi ha lottato con loro per una medaglia a Pechino, l’Argentina e la Spagna hanno gareggiato alla pari, rimangono i punti a fare la differenza. Onore al merito dunque. Soprattutto se di fronte hai giocatori come Ginobili, anche se infortunatosi, Delfino, Nocioni, Oberto, Quinteros il mago dello slalom, Gutierrez, senza dimenticare il capitano Scola, l’uomo in più, quello con gli occhi da dietro. Tutti giocatori che meritano il bronzo quasi quanto l’argento conquistato da altri personaggi dello spazio: da Gasol a Jimenez, passando per Juan Carlos Navarro con la sua parabola discendete, l’arcobaleno fino a Rudy Fernandez con il suo tiro da tre, triple su triple che infine risultano punti pesanti, Reyes l’ariete. La Spagna ha meritato di essere sul podio. Pensavo che non ci fosse emozione più grande di un gol, eppure c’è qualcosa di immenso che passa dall’Europa e arriva in America, la scopre tutta da nord a sud, passa per la Giamaica e si ferma nel tempio degli ultimi sospiri, nel mondo degli occhi a mandorla, proprio in Cina, a Pechino, paese olimpico per un anno, per tutta la vita.

     

    August 22

    Impossible is nothing!

    Ciao, sono Gilbert Arenas è questa è la mia storia.

    Quando entrai nell’NBA passai le prime 40 partite della mia carriera in panchina, e dicevano che avrei giocato zero minuti.

    Sai, penso che non si fossero accorti del talento che avevo, pensavano valessi zero. Potevo restarmene li, ad amareggiarmi, mi sono allenato e allenato, quando nessuno crede in te, qualunque cosa fai è positiva. Non si trattava più nemmeno di basket, si trattava di dimostrare che si sbagliavano.

    Quindi ora gioco con il numero 0 perché mi ricorda sempre che devo scendere in campo e combattere, ogni giorno.

     

    Mi chiamo Lionel Messi, e questa è la mia storia, quando avevo 11 anni mi diagnosticarono un problema all’ormone della crescita,

     

    ma essendo più piccolo degli altri, riuscivo ad essere più agile: ho imparato a giocare a calcio palla a terra, perché era li che mi sentivo più a mio agio. Ora ho capito una cosa, la sfortuna, a volte, si trasforma in fortuna.

     

    August 18

    Dear mr. President...

    Anche lui sarà ricordato come la sua città: Franco Sensi “Eterno” proprio come Roma e così resterà per sempre il suo ricordo, prezioso il suo gesto, divino e impossibile il suo miracolo: la rinascita di un mondo già morto, di una società già fallita, di un destino cambiato che al tempo era già compromesso: la Roma e la storia di un uomo che ha dato la vita per questo nome, per questa gente, e adesso ha lasciato ai suoi figli l’incarico di far divertire ancora con il suo giocattolo la gente, sempre con il suo occhio vigile dall’alto, con il suo sguardo umano che un giorno molto vicino tornerà a splendere, a sorridere per un qualcosa creato da lui che supera ogni legame carnale ed entra nell’anima anche in posti in cui la felicità terrena non si può percepire, anche nei luoghi più sconosciuti ed inverosimili del nostro universo, li dove esistono solo le anime, solo i cuori, dove non conta più il fisico ma resta il sentimento.

     

    Stavolta pensavo fosse una cosa normale, il solito banale controllo di una persona di 82 anni, lo aveva anche rassicurato a tutti sua figlia Rosella: “papà sta bene! Si riprenderà presto”, così disse sua figlia. E quel suo rassicurarci su tutto fece tranquillizzare persino il mio pensiero verso di lui, anche io, come lei, pensai che dal Gemelli sarebbe uscito molto presto, magari prima della partita di domenica di Supercoppa. Eppure quella calma apparente era solo mascherata. La famiglia lo sapeva bene, era nell’aria da tempo, doveva arrivare così il suo momento, perché non poteva vivere più con quell’eterno dolore, con la mente nello stadio e con il fisico da un’altra parte, lui non poteva più vedere una partita allo stadio, proprio lui, quello che aveva creato quella squadra, lui, il fondatore della grande Roma. Proprio come un padre che, divorziando, viene privato della gioia di vivere con i suoi figli, allo stesso modo, il nostro presidente, complici i problemi di salute, non ha mai potuto godere negli ultimi tempi del privilegio di godersi da vicino quella figlia nata a sua immagine e somiglianza: la Roma. Adesso, domenica, nelle partite che verranno, sarà molto più facile persino scendere in panca con il mister, arriverà dal cielo il suo apporto, lo sentiremo al nostro fianco, nel momento in cui la palla viene accompagnata in rete, ci sarà anche lui ad accarezzarla. Sarà li, per una volta con tutta l’anima, perché adesso solo quella è rimasta, ma sarà molto più vicino con la mente, si godrà il frutto dei suoi risultati, il lavoro dei suoi sacrifici e il capitale lasciato nelle mani delle figlie. Adesso, domani, sempre, Franco Sensi guiderà Roma e con lei guiderà i giocatori che la rappresenteranno, non più su quella poltrona in tribuna d’onore, non più a casa davanti alla televisione, ma direttamente nel cuore del campo, in un posto in cui, essere in dodici piuttosto che in undici, non si noterà per niente.

    August 06

    Lei: un bel pezzo in una musica ancora da scoprire

    È come quando ti fissi con un pezzo di una canzone: ne risenti lo stornello, lo canti nella mente, lo urli alla gente, lo ripeti di continuo, è come se fosse la strofa che più ti piace di un brano inedito. Rimane in testa, occupa parte dei tuoi pensieri, ti fa lo stesso effetto, non è una frase del brano che ami, ma canti uguale, sei felice e ci pensi senza che il suo ritornello vada via dalle mente. C’è solo quel passo incerto, quel camminare anomalo in una Crispiano  periferia ore 16.30 di un lunedì di agosto, nel giorno numero quattro del mese più caldo dell’estate, sotto il sole cocente di questi primi giorni. Continua a suonarmi in testa quel suo volto, senza riuscire a darmi pace, non c’è quesito che sappia rispondere alla mia domanda, non c’è rebus che possa risolversi. Cosa ci facesse li, in quel torrido pomeriggio di agosto, in quella strada dove nessuno passa. Era un ritornello estivo, un chiodo fisso, un’immagine nella mente, due gambe sottili ricoperte di un jeans aderente, una magliettina semplice di colore bianco e dei capelli talmente lisci e lunghi al punto giusto da far frenare e invertire di marcia qualsiasi mezzo fosse passato per la sua strada. Ed io così fece perché volevo imparare a memoria quel pezzo del brano, volevo immedesimarmi in quelle forme, scoprirne ogni piccolo difetto, metterla a fuoco in mente e scattarle una piccola foto immaginaria da tenere in testa proprio come il ritmo noto di una musica da cantare ovunque. Non so chi fosse, non l’avevo mai vista a Crispiano, eppure sembrava familiare il suo volto, la cosa che più mi aveva colpito di lei, sin dall’inizio, era il viso. Mentre giravo e rigiravo continuavo a scrutarla pensando: “eppure mi sembra averla già vista altrove”, proprio come quel pezzo che ti sembra di conoscerlo già, di averlo già cantato in precedenza. Ma lei era difficile da ricordare, ma c’era stata un’altra volta, in un altro contesto. Poco tempo fa. Nel carnevale era lei che mi fece venire la pelle d’oca ed era di nuovo in giro nel paese, come se qui ci abitasse senza che io la conoscessi, cosa molto strana. Era davvero orecchiabile quella canzone, la risentivo in tutti i modi, in ogni ritaglio di tempo, fermavo la macchina, giravo, invertivo il senso di marcia e la osservavo prima davanti e poi da dietro e poi ancora la sfioravo da un lato e dall’altro, si accingeva ad andare avanti, proseguendo dritto, in una strada troppo lunga per poterla seguire fino all’ultimo, fino a quando cioè avrei capito dove volesse (dovesse) arrivare, proprio come quella canzone di cui conosci il pezzo che ti piace, senza conoscerne la fine. Era lei però era il brivido di due o tre settimane addietro. Non avrei avuto il tempo, la forza, il coraggio e la sfacciataggine di andarle incontro ancora, avrei voluto accostare, chiederle se volesse un passaggio, per me però non era una vacanza, tornavo da lavoro. Ed è come se di quel pezzo di canzone stessi cercando il nome del testo e le parole della canzone stessa, il nome del suo artista e tutto ciò che la caratterizza. Eppure non sapevo nulla di lei, era orecchiabile ma sconosciuta, era facile da ricordare ma impossibile da riconoscere. Era una dolce melodia incognita, mi rimane quel suo lato musicale, quella strofa fantastica del suo corpo, orecchiabile, facile da ricordare, difficile da ottenere. Lei: un bel pezzo in una musica ancora da scoprire.

    July 25

    se non ti fidanzi perlomeno ti aggiusti!.

    Quel saggio di mio padre non parla mai a caso. A volte esagera, come me, io ho preso da lui in questo. Dice cose assurde, insensate a volte, a sproposito, inopportune. Però stavolta non sbagliava quando disse: “provaci.. se non ti fidanzi per lo meno ti diverti, ti aggiusti, svaghi la mente”. Parole che in dialetto hanno molto più significato e comprensione per chi le sente e in chi le dice. Resta il fatto che ieri mi sono “visto” con una ragazza. Sottolineo visto. Perché ciò che lei voleva era quello. Vedersi. Abbiamo parlato tanto, io sono stato bene con lei, mi sono sentito subito a mio agio, era bella, era magra, era castana e aveva un bel seno piccolo come piace a me, avrei da subito voluto provarlo. Ho tentato di darle un bacio prestissimo, quando nemmeno i minuti erano diventati ore. Poi da piazza Ebalia ci siamo spostati sulla litoranea sotto sua richiesta e chi non avrebbe pensato ad altro: “è fatta!”. Lei era inamovibile, ferma in quella sua decisione, ed infastidita dalle mie mani che in macchina andavano sui suoi capelli mentre sarebbero volute andare da sole in altri posti ignoti. Il pensiero, è proprio vero, è ciò che fa succedere le cose. Il mio costante, il suo di pochi secondi. Il gelato non lo voleva, il bar era sulla nostra sinistra, lei, in un vuoto tombale di un giovedì sera anomalo, voleva passeggiare sulla parte destra. C’erano delle giostre in lontananza e ci siamo avvicinanti mediante una staccionata che però ci ha portati in un lido solitario, pieno di coppiette, lei non voleva stare li ma non si è tirata indietro. Il mio era un chiodo fisso, non me ne sarei andato da li, senza averle rubato un bacio, senza averla toccata, senza quel contatto che rende un disperato felice, un maniaco in normale. Io sono disperato e maniaco, ma il pensiero era già l’azione. Lei era sulla staccionata con le gambe aperte e io dall’altro lato, andai verso di lei, l’abbracciai ma era prevenuta anche su quello, si girava dall’altra parte, sapeva che non avrei resistito a niente, sapeva che non mi sarebbero bastate le guance, andava a destra e sinistra la sua faccia, senza passare per la mia bocca, ferma al centro. Era una scommessa persa in partenza, un viaggio a vuoto, un uscire senza soddisfazione. Mentre credevo fosse la solita sfiga di chi non riesce mai a divertirsi, mi sono ritrovato con la sua lingua nella mia bocca ed è stato qualcosa di eterno, di bello, di inaspettato. Era caduta nella mia trappola, aveva ceduto alla mia testa dura e alle sue debolezze. Non è stata cosa da poco, un bacio durato in eterno, non so quanto tempo, movimenti corporei, mani che andavano a toccare i confini dell’inverosimile solo sfiorandoli, senza mai sforare, in una prima sera da “troppo in fretta”. Eravamo già andati molto oltre. Non si staccava, nonostante per tutta la serata non avesse voluto. Eppure chissà, il posto, la situazione, forse un po’ pure io, hanno fatto di lei all’improvviso un incantesimo svanito, una maledizione distrutta. Era il toro contro il matador, testa contro testa, due persone cocciute, e io che la spuntavo come sempre. Per me quella era una vittoria. Ero riuscita a baciarla e che bacio. Quelle labbra rimarranno per sempre, fanno felice me stesso, riempiono il mio blog di parole particolari. Arricchiscono il mio bagaglio della serie “chi la dura la vince” e fanno di lei “un bacio alla prima sera”, mica male come prima ed ultima volta. Che bello conoscerti e ritornare a casa con quel tuo profumo, con quel sapore buono di chi la sera non mangia ma si sazia lo stesso della saliva altrui. Di chi avrebbe voluto una fidanzata e si ritrova con un bacio in più, una probabilità in meno di conquista e ancora un sogno da realizzare, non con lei, che non voleva nemmeno baciarmi, che si è fatta prendere da quel mio fissarmi, da una storia di qualche minuto. Mio padre però aveva ragione.. se non ti fidanzi perlomeno ti aggiusti!.

    July 21

    L'ultimo bacio, mia dolce bambina

    Avevo pensato a te un minuto prima di vederti, qualche giorno prima in sogno mi eri capitata, mai per caso i miei sogni quelli di giorno e quelli di notte. Ho pensato che in queste notti di movimento locale tu non potevi mancare, una frazione di secondi più tardi eri li, incredulo io dall’altro lato della strada, davanti alla posta a scrutarti, a rassicurarmi sul tuo pantalone rosso, sulla tua maglia bianca e su quella faccia graziosa che fa di te il requisito adatto per essere la donna perfetta: poco seno, poca pancia, bel viso e nient’altro.

    Abbiamo parlato e mi veniva da piangere, ti ho abbracciata e tu per me sei sempre stata vera, reale, in ogni cosa che hai fatto, anche in quell’abbraccio di stasera, anche se magari io non ti piaccio perché sono ingrassato, anche se hai la mente occupata, ti ho strappato quei soliti baci ma non era questo ciò che volevo, avrei voluto strapparti l’anima, vivere del tuo sorriso, godere della tua cadenza, morire dei tuoi sguardi. Io sono stato il tramite in due storie diverse. Sono stato l’ago di una bilancia che pende sempre altrove. Eppure c’è un legame che mi unisce a te, che anche se ti conosco poco, è come se già sapessi tutto, per te parla il mio cuore, mette da parte il resto, mi fa compiere cose che nemmeno io pensavo. Non starò qui ad elencare ogni aneddoto del passato, ciò che c’è stato, forte o banale, morirà con me, come tutte le cose belle che non si possono descrivere.

    Devo ammettere che rivederti dopo tanto tempo è stato magnifico e dolente. Volevo che passasi con me la serata. Non voglio un’altra qualunque, aspetterò te. Ci saranno altri mille ragazzi più grandi, altri intrighi, altre situazioni impossibili. Sarò ad attendere perché quel nostro abbraccio vale molto più di una notte di amore, di un giorno di sesso, di qualsiasi altro svago. Io sono stato il tempo delle tue riflessioni in un tempo in cui io avrei voluto che ti decidessi. Sono stato l’egoismo in un momento in cui chiedevi di essere capita, sono stato frenesia in un momento in cui necessitavi di pazienza. Ed è questo che ho sbagliato, anzi no, io non ho sbagliato proprio nulla, ho fatto ciò che sentivo dentro, come stasera quando ti ho fermata e ti ho abbracciata di colpo, come due innamorati. Ricordo le nostre chiamate, la tua relazione passata, il tuo essere già donna in un essere spietato.

    Rivederti e poi sparire mi fa stare male, appari e scompari spesso nella mia vita, arriverà il giorno in cui ci resterai incastrata. Non mi hai voluto capire, nemmeno quando ho fatto di tutto per te. Sei stata il mio delirio, per te avrei fatto qualsiasi cosa mi avessi chiesta, pazzo hai detto, non sbagliavi. Ti ho cercata in ogni foto, in ogni ricordo, in tutte le nostre canzoni. Mi viene da piangere ancora, come sempre. Sei così diversa, ho la pelle d’oca ogni volta che ti penso. Quando arriverà il mio turno? Fino a quando aspetterò? Vale la pena farlo?. Mi chiedo quando?, quando?, quando smetterò di cercati?, quando la mia mente sarà occupata?. Non riesco a sorridere, mi scombussoli ogni cosa, cambi il corso delle cose. Riesci a farti pensare in eterno. Nei momenti in cui riuscivo a dimenticare il tuo volto. E stasera eri più bella del solito, abbronzata, deliziosa. Una favola, quella che io con te non riesco mai a terminare felicemente, un abbraccio di pochi secondi. E l’ultimo bacio arrivato dopo mesi e mesi di buio. L’ultimo bacio, mia dolce bambina. L’eroico coraggio di un feroce addio.

    June 21

    Il motivo del mio orgoglio

    Un ragazzo arriva a 18 anni e crede di poter conquistare il mondo. Ha la libertà concessagli dai genitori, sta per terminare le superiori, vuole uscire dal branco, vuole vivere di vita propria, non vuole capire di che si tratti il suo futuro, vuole giocarsi le carte del presente, la patente lo rende ancor più certo di una libertà che poi è irrisoria e momentanea. È passato un anno da quando ho terminato gli esami, circa un anno che lavoro con mio padre. Sono anche io libero, vivo di vita mia vivendo ancora con i miei, ma mi devo attenere a delle regole che io mi sono imposto, limiti di un avvenire giusto, non devo fare tardi perché all’indomani devo lavorare e mentre io nell’ultimo giorno della settimana mi sveglio con rabbia per le poche ore di sonno, c’è qualcuno altrove che non si sveglia, che vive di pochi sacrifici. Io torno in carrozzeria ogni mattina, come ogni estate c’è sempre qualche ragazzino a vivere la nostra realtà. L’ultimo in ordine di tempo è Antonio, ragazzo di quindici anni, paffutello, simpatico, volenteroso. Mi ricorda la mia infanzia, un po’ come la ricorda a tutti. Educato, bravo, ingenuo ma anche attento. Una tuta che gli calza a pennello, una voglia di vincere e una determinazione tipiche caratteristiche di chi non può essere un perdente, gli spieghi una cosa e la esegue senza problemi, non trova difficoltà in quello che fa, lo vedi ovunque. È il ragazzo che si sacrifica, che non bada alle chiacchiere, che ogni mattina si predispone alla nuova giornata. Come me. Da un anno a questa parte mi sono messo con questa testa e ho messo questa frase davanti a tutto: “la mia giornata non sarà mai un sacrificio così forte da dovermi seccare persino di esistere perciò farò tutto con piacere, ogni comando sarà un arricchimento”. Chi vive guardando l’orario ferma il suo tempo e lo rallenta, muore senza diventare nessuno, non si concentra in ciò che fa, lavora male, cerca solo di finire la giornata, pensa ad altro, è denominato “operaio”, proprio perché non gli spetta nessun altra mansione se non quella di manovale scelto. Invece bisogna dimenticare gli orologi, spegnere i cellulari e sfornare lavori che sono la nostra arte, perché noi siamo artigiani di conseguenza artisti. Le foto, quelle che scatto su ogni mezzo, sono il motivo del mio orgoglio, un libro che un giorno scriverò anch’io. Un ragazzo di diciannove anni che riesce a fare cose da grandi, che non è completo ma non è nemmeno superfluo, che non vive per rubarsi i soldi del padre ma per farli fruttare. Un’altra sfida è anche questa, ogni giorno ricomincia la mia avventura, ogni giorno mi esalto. Casi come il mio forse non esistono perché la massa decide l’università e un giorno un anziano signore mi disse che: “oggi come oggi un lavoro vale molto di più di un foglio di carta”. Io voglio lavorare senza meriti, senza soldi. Mi sento io meglio quando lo faccio, per me non parla la bocca, ma i mezzi che eseguo, i lavori che finisco. Tutti imparano a conoscermi e da dietro viene già un altro piccolo determinato, un altro vincente. Cose che capitano una volta ogni cinque, sei anni. Cose da pazzi. Perché noi gente normale non siamo.

    June 07

    Ti diranno che sei vecchio

    Ti diranno che sei vecchio. A soli vent’anni. Ti vedrai allo specchio avrai perso il tuo sorriso, gli occhi grandi di prima pieni di rancore adesso, avrai perso il tuo smalto, la tua cadenza, la tua personalità, la luna vuota nella parte posteriore dei capelli. Vecchio, mi diranno che sono vecchi, e ho solo diciannove anni. Sembrano tanti. Accumulo di esperienza e di disfatte. Un ragazzo che ha deciso di sporcarsi le mani e di colpo è diventato schiavo di questa necessità, come se ogni giorno la propria fede, la cosa in cui credere fosse esplicitamente ed unicamente questa, la cosa più bella che ha, la professione che lo gratifica. Eppure lavorare diventa lentezza, sembra quasi che il tempo rallenti, le ore diventano quaranta in un giorno, occupiamo spazi di luce e di buio dalla mattina alla mattina dopo eppure nonostante questo, nonostante si fermi il tempo giorno per giorno c’è qualcosa di paradossalmente veloce che ti fa fermare e ti fa riflettere. Solo un anno fa di questo periodo, ed è già passato un anno, stavo con i miei compagni di classe a finire interrogazioni, a studiare, a chiedermi cosa fosse il mio futuro, che adesso è una certezza più di quanto non lo fosse prima. È quasi un anno. Luglio era quando ho finito gli esami e luglio stesso quando iniziai a lavorare. Sembra nulla eppure un anno. Senza mai un’assenza, altro che scuola, senza mai un giorno di riposo. Infondo non ho la bravura e l’esperienza ma ho altre doti come la volontà, la costanza, la determinazione, virtù che fanno di un singolo un’azienda, di un insignificante essere un vero uomo. Così prendi conoscenza della vita, ti accorgi che di colpo comunque non ti sei realizzato, hai colmato quel dubbio scolastico, quella paura che avevi ogni giorno, quel battito di cuore continuo, ma hai perso tutto il resto. Non trovi il tempo per il sonno, per gli amici, per trovare una ragazza che è nascosta ma non appare mai, per divertirti, per una pausa. Hai solo quel giorno e mezzo di riposo sicuro. E ti accorgi di essere vecchio, di avere le mani sporche per davvero, di essere ingrassato, di trascurarti troppo, di non volerti fare la barba, di non necessitare di un cambiamento, perché stai bene, perché ti piace, perché nonostante tutto, non è quella metamorfosi totale che cambierebbe i tuoi stati d’animo. È proprio una strana concezione di vita, un sentirsi libero, schiavo di troppa libertà, schiavo di un posto di lavoro proprio. Un altro paradosso ma comunque verità. Perché altro non è che una professione, un qualcosa che deraglia tutto il resto, che ti esclude dalla società, ti elimina dal resto del mondo, vivi con questa passione, la condividi con il cibo, con gli altri dipendenti, la trasformi in amore e rabbia quotidiana. Cerchi di evadere ma ti ammali senza, cerchi di allontanarla ma lei è così forte che ti trascina sempre di più dentro di lei, in quella passione che non avresti mai pensato fosse così intensa. Dopo un anno ti accorgi di non essere cambiato per nulla, non hai ancora una ragazza, non hai un macchinone, non hai nemmeno il portafoglio con i soldi. E senza di questo per tutto il resto non vali niente, gli altri, quelli che non sanno cosa si trovi in una foto, in un mezzo finito, in una vernice spruzzata bene. E non è tutto questo che può renderti felice. La felicità è proprio quella libertà senza scopo, quel sentirsi appagati senza sfide a venire, senza metamorfosi. La mia è una predisposizione, un rilassamento, un adeguarmi all’inadeguabile, un volermi prendere una pausa, stanco di troppe palpitazioni. Eppure mi accorgo che più passa il tempo e meno sono le possibilità di avere tutto il resto, di sentirmi oppresso da questo lavoro, soffocato dall’unica cosa che sto imparando a fare. Inizio a perdere i capelli, inizio ad essere come gli altri, quelli che dal lavoro non traggono vantaggi, inizio ad essere confuso, ad essere deriso, ad essere criticato. Questo è il gioco di chi ha scelto di estraniarsi dalla massa, il rischio di sentirsi libero e in solitudine proprio come quella canzone: “ Gli amori vanno via, ma i sogni, i sogni no, alcuni non si avvereranno mai però, immaginare è l’unica certezza che ho e questa solitudine che sento sarà, il prezzo per un po’ di libertà”. E mi diranno che sono già vecchio.

    May 28

    Cuore e cervello

    Io sono per mia natura invidioso, persino di me stesso, persino di come ero e come sono. Ma si crea un qualcosa dentro quando penso a ciò che mi circonda, quando vedo cose impensabili, quando cerco di fare bene e trovo il male, quando non riesco e non ci riuscirò mai  a trovare ciò che mi piace, perché io so solo odiare e morire d’invidia. E come non esserlo. Lo diventi anche tu, nel momento in cui, passi con la macchina, che torni da lavoro, hai ancora la tuta addosso, vorresti del tempo libero da dedicarti prima di regalarlo agli altri e ti vedi la macchina nel senso di marcia opposto, piccola proprio come il ragazzo che la guida, vedi lui, il suo cervello ancora più piccolo e la ragazza che ha affianco ancora più piccola di tutto, minuscola, nascosta in una scatola di un metro quadro. Era la donna che avevi sempre sognato. Morivi d’invidia. Vedevi il ragazzo universitario che vive altrove e viene qui a scegliersi la vita, lo mantengono i genitori e mantengono persino le sue macchine e le sue fidanzate, non sorridono mai, piangono sempre, e alla fine riescono ad avere tutto ma nemmeno quel tutto li soddisfa. Eppure lui era li, le marce non le cambiava mai in quell’auto di cose automatiche, aveva di fianco a lui una ragazza lunga un metro larga venti centimetri. Un pacco regalo, un dono che la vita agli altri non da. Perché forse si nasce con la camicia e noi, io, sono nato nudo, senza nemmeno i bottoni, senza nemmeno una canottiera, e moriro così. Sono invidioso perché fa male, cerco sempre di dare il meglio eppure tutto mi va storto, mi dedico alla mia passione con passione eppure non ho riscontri nella vita, non un bravo, non una soddisfazione. C’è un altro che mi sfiora lo specchietto, che va con gli occhiali da sole firmati, la faccia senza un filo di barba, la maglia più costosa, è mercoledì, dovrebbe essere altrove ma l’università non la pensa, è con la ragazza, fa quello che vuole, ha carta bianca, fa i capricci e ha sempre i soldi con se, vive di goduria. La scuola che lui frequenta è solo una scusa per vivere in pace, per farsi i fatti suoi, ha un bel fisico, un bel viso, delle belle labbra, dei bei vestiti, ma odio profondamente il suo carattere. Odio i figli di papà e soprattutto odio l’incoerenza della ragazza nel sedile accanto al suo che ora forse doveva trovarsi nella macchina del mio amico più stretto e si trova li, come una bambola, perché lei è bella proprio così, come una cosa preziosa da tenere segregata, al chiuso, per paura che altri la rubino. Sono li, passo la strada, vado oltre, sono ancora con le robe del giorno prima, quelle sporche che non ho sudato, le rimetto, le riutilizzo, io, che ho gli occhiali da sole nuovi comprati e mai messi per mancanza di tempo, io quello che la macchina non riesce a lavarla, quello con la lancetta sul rosso fisso, io quello che per vivere deve sudare, grattando stucco, non fingendosi studente universitario, non sentendosi laureato. Ma io non vivo le storie degli altri, semplicemente le odio, le condanno perché siamo vittime di una società malata, non possiamo nasconderlo. Abbiamo dieci padri, quindici mamme, nonni infiniti, parenti ovunque, facciamo follie per le nostre ragazze e saremo noi i barboni del futuro proprio perché abbiamo vissuto un presente troppo alla leggera, troppo superflui, senza capire il significato dei soldi, il valore della vita e del sacrificio e poi passerà anche la bellezza, anche lo splendore che sono cose superflue e momentanee che non cambiano il nucleo di una persona, quello rimane in eterno, forse anche dopo la morte, ed è quello che fa forte il braccio, che governa il muscolo, che rende bello il viso, che fa ragionare il cervello, che da impulsi ai movimenti, che distrugge confini mai affrontati, si chiama cuore, si chiama anima, mette la razionalità al di sopra dell’istinto, è cuore e cervello, tralascia la maschera del corpo rimane in vita per sempre. Per sempre. Per questo l’immortalità del padre sta nel ricordo del figlio, non in una foto, ma nei suoi atteggiamenti, nei suoi suggerimenti preziosi, nelle parole che lascia, nei suoi gesti, l’immagine è solo un modo per identificarlo, la macchina che portava è solo il mezzo di trasporto, l’orologio è solo un tramite per vedere l’orario, le scarpe un modo per camminare, il resto sparisce ma non diventa polvere come il corpo, si tramanda da vita a vita, da padre in figlio, di valore in valore. Valore che gli altri non hanno, nemmeno significato, mentre io infondo sono invidioso di tutto, ma comunque orgoglioso di essere cuore e cervello, poco corpo, poco istinto, pochi soldi, tanta salute, pura energia.

    May 11

    Lo scudetto rimandato

    A volte capitano persino le situazioni più impensabili. Illusi quelli che sperano ancora. Delusi quelli che ci hanno creduto. Si arriva all’epilogo. Rimangono i gol. Le prodezze. Osservo la mia squadra. Proprio mentre la capolista vince in casa sua contro il Siena e se vince è già finita. Sento già il rumore delle macchine, il suono dei clacson e le bandiere scure, tristi di quei due colori bui: nero e azzurro. Vedo la mia Roma, la osservo, ripenso agli sprechi, ai torti, all’annata magica, ai tre anni con Spalletti e a tutte le volte che siamo arrivati a godere tantissimo. La Roma che gioca bene, che ti appassiona, l’Inter che vince senza idee, senza uno schema, senza una squadra e una proprio mentalità, la Roma che spreca tanto ma che tiene il passo. È la triste fine di un campionato massacrato dagli arbitri. Distrutto da chi non vuole che accada ciò che ancora può accadere. E per una volta il mondo è dalla parte mia, Roma è come Juve, come Milan, come Siena magari. Accadono i miracoli e i sogni degli altri si possono rimandare, di una settimana sola o magari per tutta la vita. I nostri invece si sono già avverati oggi, prima ancora nel derby, prima prima con la Juve, punti per strada. Vedevo la Roma in vantaggio, pensavo alla sua bellezza, ai nostri giocatori, ai meriti che non ci riconoscono. Poi una punizione dal limite, un nome, una garanzia. Quella palla è preda di un destino già scritto, la zolla di solito non è quella preferita eppure segna lui, punizione a giro scavalcando la barriera, come se questa fosse la Juve di Alex Del Piero, ma sul pallone c’è un certo Daniele De Rossi lo stacanovista, il quattro polmoni, chiamatelo come volete. Indimenticabile, l’applauso è tutto per lui, prima ancora per Panucci, capitani di una squadra orfana del suo di diritto. Applauso per Daniele anche se l’Inter continua a vincere, anche se, quei suoi due gol contro il Siena dicono già ovviamente scudetto. In lacrime il mio volto poco dopo, delirio. Qualche minuto più tardi, un boato, Roma sembra già in festa, la gente si strappa i capelli, c’è chi piange in tribuna, c’è chi impazza sugli spalti. Il Siena ha pareggiato, il miracolo è avvenuto, il loro sogno svanito, rimandato. Il mio volto in lacrime crede nelle storie a lieto fine, torna a sperare, a capire ciò che prima era difficile. Di colpo diventa possibile persino l’impresa, anche quando era stato pronosticato l’impensabile. A Milano sembra il cinque di maggio ma siamo all’11. gioia immensa, improbabile, da destinare all’uomo che ci tiene ancora in vita. Per questo ha un sapore maggiore questo evento. Il Siena aveva vinto tre a zero contro di noi, poi un certo Hussein Kharja aveva mandato la Juve ai preliminari di Champions league, si è ripetuto oggi il marocchino, ex Romanista, per questo è squisita la beffa nerazzurra. Ed è ancora più giusta quella catastrofe che decreta la tragica disavventura di chi crede negli aiuti per potersi avvicinare ad un sogno. Rigore per l’Inter, la fine del sogno, il cuore che si ferma di nuovo e torna a battere quando Materazzi decide di mettere la palla proprio nella direzione in cui appostato si trova il guanto destro di Manninger, un altro santo del nostro paradiso. La stagione ricomincia da qui, qui dove è rimandata la festa degli altri. A Milano sembra beffa a Roma ritorna il fresco odore nell’aria di un qualcosa di sfiorato ma mai raggiunto. Mancano novanta minuti per gustare l’esito finale di questo torneo, è giusto onorarlo ancora, comunque vada la festa è rimandata, a Catania o a Parma, attendendo domenica.

    March 10

    La dedica di Peppino Impastato

     

    “È difficile dire con parole di figlio

    ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio;

    tu sei la sola al mondo che sa del mio cuore

    ciò che è stato sempre prima di ogni altro amore;

    per questo devo dirti ciò che è orrendo conoscere:

    è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia,

    sei insostituibile, per questo è dannata la solitudine,

    la vita che mi hai dato, e non voglio essere solo,

    ho un’infinita fame d’amore, dell’amore dei corpi senza anima,

    perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre

    e il tuo amore è la mia schiavitù.”

     

    Tratto dal film “I cento passi”

     

    Dedica di Peppino Impastato alla mamma Felicia

    February 28

    Vita orribile, morte terribile

    Una persona poco informata sui fatti, o quasi praticamente ignara di tutto, non dovrebbe giudicare una determinata faccenda. Mi capita però di ripensarci continuamente. E non mi darò pace almeno fino a quando non avrò avuto delle risposte perché si parla di qualcosa che va al di la di tutto, si parla di due fratelli morti, assieme, scomparsi e morti in seguito. Crudele la loro vita sin da quando son nati, morti con la stessa sorte. Graffi al muro di chi non ha potuto urlare al terrore, di chi si è sfogato in silenzio, restando chiuso per tanto tempo fino a quando sono terminate tutte le speranze di rivedere la luce. Terminata la vita, disidratati, feriti, senza cibo, al buio, in un pozzo che non aveva sbocchi vicini, con la paura di un padre che avrebbe fatto della loro vita, qualora fossero usciti vivi, una carneficina, una intolleranza atroce, una vita di dolore, una storia che ha di brutale l’inizio di terrificante la fine. E le mie inutili parole non servono però ci penso. Penso a come sia possibile con tutta la tecnologia odierna non riuscire a ritrovare due persone che sono scomparse. Sono andati persino in Romania per trovarli e non hanno visto nei paraggi, nei luoghi in cui giocavano. Hanno visto nei boschi, scavato solchi in luoghi inutili. Non c’è stata pace per chi ha sempre lottato, ha visto troppa guerra. Non c’è stata pace. Hanno pagato due bambini che non avevano fatto niente. Avevano solo una colpa indirettamente loro, quella di essere stati messi al mondo in un posto e in un luogo sbagliato, nati da persone che credo non si volessero, che non avrebbero potuto trasmettere le basi di una vita adeguata, loro che non ne avevano. Come può darti le basi un padre che lascia una moglie, che non riesce a gestire una famiglia, che urla, che ti incute paura, ti terrorizza. Ed è questa la chiave della loro morte. Perché la paura li ha portati alla pazzia. Scappare, andare via. Non volerla accettare quell’esistenza ingiusta a costo anche di perdere la vita, a costo di ritornare nella polvere dal quale si erano creati, ma sempre insieme, due fratelli, nati con lo stesso terrore. Erano loro lo sfogo di una giornata storta. Come dei grossi sacchi che usano i pugili, come dei mirini per le freccette che per loro erano frecciate continue, con le mani, con le parole. Tutto questo ha dato alla loro vita una conseguenza logica. E mi viene spontaneo credere nella mancata tutela dei bambini e di questi piccoli uomini. Forse l’errore nasce da quella sentenza sbagliata di un giudice forse ancora più incosciente. Quei bambini erano troppo fragili per vivere una vita con una persona così, non l’avrebbero accettata mai. Ed è finita nel peggiore dei modi. In una specie di caverna. Laddove i controlli non sono mai arrivati, in un tunnel di venticinque metri che non aveva fine se non la loro. Una sofferenza atroce per chi è morto lentamente mentre vedeva finirsi in simbiosi, non aveva le forze per reagire, soli, di notte, delusi dalla vita, stremati in tutto.

    Non può essere questo il prezzo da pagare per una vita poco protetta, per l’indifferenza e la crudeltà di chi ha visto e non ha infierito, di chi ha affidato senza potersi fidare. Questo è un segnale, lo stesso che è arrivato troppo tardi da un altro bambino caduto nello stesso punto in cui, tempo addietro, due angeli erano già volati via.

    February 22

    Quello che volevo...

    Quello che volevo come sempre non c’è, solo un po’ d’amore che diventa polvere. Una canzone, una frase. Un significato immenso. E se avessi capito che ciò che avrei voluto fosse ciò che avevo tra le mani sarei rimasto con ciò che avevo, avrei desiderato il giusto, avrei amato il doppio, preteso poco, ricevuto tanto. Così mi ritrovo a fare mente locale. La mia lettere ha una busta con molteplici destinatari, unico mittente. Sempre io. Quello che avrebbe preteso troppo, colui che avrebbe badato all’unica imperfezione più che a tutte le qualità. Ma quando sei piccolo non riesci a distinguere cosa hai accanto, ti senti migliore, le tue richieste sono esagerate, assurde, soprattutto se le pensi adesso. Adesso che hai capito che tu per il mondo non ci sei, che una persona non ha bisogno della tua felicità e che nessuno potrà mai dartela, adesso che hai capito che tu sei una insignificante briciola in un mondo di poche formiche, di tante volpi, di cani e gatti che litigano e fanno pace. E vorrei poter dedicare una pagina del mio diario ad una persona speciale, vorrei poterle dedicare di più di quanto possa fare, vorrei anche che questa persona avesse delle sembianze reali, concrete, che fosse viva, che mi capisse, che si rispecchiasse nelle mie parole, che ritrovasse in me quella persona che cercava da tempo. Un film appunto. Uno che la vita la vive sul suo pc, uno che non crede nell’amore platonico ma che passa gran parte del suo tempo a amare platonicamente, praticamente tutto. Innamorato, illuso, incompreso. Delirante. Uscire però non significa realizzare dei sogni e se vedere quella ragazza che mi piace, senza poterla avere, sapendo già una risposta, significa stare male, significa fare ancora pensieri, allora resterò su questo dannato computer a scrivere parole che non hanno una corrispondenza logica. Paragone illustre il mio, l’attore che ha perduto la fama, che non fa emozionare il pubblico, che non riesce più a recitare come un tempo. Sopravvalutatosi prima, sottovalutatosi poi. Così sono io, un ragazzo che viveva della fama di alcuni sguardi, della bellezza di sembianze poetiche, di meravigliose occhiate, di teste che si girano in sincronia. Ciò che poi ti da la forza per provarci, per sentirti bello, per crederci anche con ciò che in realtà è impossibile. Adesso invece accade che la scuola non c’è più, è finito il suo tempo, con lei sono terminate le donne nella mia vita, anche la mia bellezza è sparita, niente più occhi addosso, solo malinconia, nessuna speranza, passo il tempo ad identificarmi, a credermi migliore, ad aggiustarmi con la speranza che ritornino le medie, e i primi anni delle superiori, momenti, attimi, periodi della vita che ti cambiano. E se avessi preteso il giusto adesso forse sarei meglio di ciò che sono, avrei già una ragazza, magari una moglie. Mi sarei realizzato. Invece devo trovare altre scuse per stare bene. Fissarmi sul fatto che io sia un grande lavoratore, appigliarmi a quella scusa che tutto il resto mi va bene, anche se il resto infondo non è nulla in funzione di quello, perché è quello ciò che fa felice la vita di un uomo, ciò che rende un ragazzo meglio di ciò che può essere. Il passato che non ho voluto accettare, il rischio di passare un futuro peggio di un dannato presente in cui i sogni sono solo terribili desideri irrealizzabili.