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Peppe (Mr.Fastidio)

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"Non so chi mi abbia messo al mondo, nè che cosa sia il mondo, nè che cosa io stesso. Sono un'ignoranza spaventosa in tutto. Non so cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa mia parte di me che pensa quel che vi dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sè meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell'universo, che mi rinchiudono, e mi ritrovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perchè sono collocato qui invece che altrove, nè perchè questo po' di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento, piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un'ombra che dura un istante e scompare poi per sempre". [Blaise Pascal]
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Quattro lettere, un amore, un lungo brivido infondo al cuore " R O M A "

Finchè morte non ci separi...
October 05

Il tempo ti darà ragione...

Precisiamolo. Non sono un eroe. E nemmeno vorrei che mi definissero in questo modo. Ma sono fiero di me stesso. Questo si. Perché mi sento migliore di come ero. In poco tempo ho fatto passi da gigante. E lavorerò ancora affinché il lavoro non mi manchi mai. Non era nemmeno più una questione di soldi era la consapevolezze di poterci riuscire, era la scommessa che fai su te stesso, il film di una vita, il farsi prendere da una situazione che può durare un istante o per sempre. Era luglio. Era il 2007. cambiò la mia vita quando conobbi la ditta per la quale mi sveglio tutte le mattine. Passo più tempo li che a casa. Ultimamente da Taranto sono stato dirottato a Brindisi. La strada era lunga, il problema del sonno rimaneva costante, la sveglia, alzarsi presto, le strade di campagna di Grottaglie. Questo è crescere, farsi le ossa. Dopo che fai queste esperienze pretendi un futuro migliore e se solo dovessi chiederlo al destino lui ti concederà il meglio delle tue aspettative, di più di ciò che auspicavi, questa è la vita, certo non è un film, non sarai mai appagato. Resterai un nome e un cognome, di te nessuno avrà mai un ricordo. Ma la gente ti osserva e dopo più di un anno ti riempie di complimenti. Qualcuno non lo sa. Si nasce così. Non si può diventare. Chi decide di mantenere un patto è un fedele, chi fa in modo che quella promessa fatta a se stesso non venga mai violata è un coraggioso, uno che non si fa scalfire dai pregiudizi e dalle parole. Uno che va avanti anche quando sbaglia, torna a casa in lacrime, di sera ed è felice.

La dea bendata premia chi si prepara. Premia chi si sacrifica ora per stare meglio domani, premia chi si sta forgiando. Mi sento quindi rinato. Mi pagano per mantenere fede ad un patto, mi pagano per lavorare, per fare cose che mi piacciono. Certo non è da tutti sporcarsi le mani. A volte sono persino scontento del mio rendimento. Ci sono giorni che il tempo passa troppo in fretta e io sono il solo artefice del mio futuro, l’esempio per quelli più grandi, l’erede di mio padre, il presupposto per mio figlio. Ecco perché non sono i soldi la gloria. Una foto è l’unica forma di gratitudine. Quelle foto che scatto sono l’esempio di come lavoro, sono il motivo dei miei giorni di tute sporche e di magliette sudate. Non mi importa del resto e del resto qualora fossi stato male sarei andato via subito. Ma io sono lontano dagli occhi, non vedo, spesso sento ma vado avanti.

Io da solo sono il mio orgoglio, non è la mia bocca che deve parlare ma quella degli altri. E se parla gente che ne ha visti di ragazzi, allora dopo più di un anno io sarò ancora più meritevole di quel ruolo, saranno le loro congratulazioni lo stipendio da guadagnare, il merito da confermare.

Io sono felice anche del resto che non c’è. Di quella parte di me che dovrebbe uscire e chiedersi una vita che vada oltre quell’ambito. Eppure se oggi non fosse domenica sarei li. Ci sarei alla prima ora del mattino a dare vita ad un’altra scommessa con me stesso, contro il tempo, insieme ad un patto che mi lega al mio avvenire. Sempre e comunque insieme. Io e quella mia voglia di sfondare. Di vivere di una vita pratica perché la teoria è degli altri. Io faccio della mia quotidianità il mio studio delle mie braccia il mio cervello e cerco di migliorarmi. Così terminerò questa e l’altra gru, quella arrugginita e quella bruciata. Per me parleranno sempre gli altri. Così capirà anche mio padre di che pasta sono fatto e la mia donna, come ha detto lui una volta, non avrà mai nulla di che lamentarsi, fino a quando mi basterà l’appagamento per potermi realizzare, per vivere nelle foto dei miei ricordi e nella mente dei miei presupposti. Il tempo mi ha dato certezze, mi ha aspettato, sarà lui ha darmi ragione, a farmi valere.

September 08

After the rain..the sun

E oggi non ci sarò al gioco dei tuoi squilli, non ci sarò nemmeno al gioco di prendersi in giro di quell’altra, alla finta storia dei libri, alla voglia di parlarne che è solo un’idiozia. Non commetterò l’errore, rivedendovi ieri, di farmi sentire oggi. Non ci sarò al vostro approccio, piccante, quasi quanto la serata dedicata al peperoncino. Non ci sarò in quel suo sguardo che ti fa capire che devi farti sentire all’indomani, non ci sarò in quella scusa banale dei libri mai voluti, dei libri che io ho venduto da un pezzo, non cadrò nella trappola, non prendere il telefono, resterà inattivo come lo è stato le altre volte che io avrei voluto sentire voi, ora che sarei io a dovermi fare sentire e non lo faccio. Rischiando. Rischiando poi cosa, rischiando di condurre semplicemente la mia vita normale, rischiando di essere come sono, ne meglio, ne peggio. Non ci sarò in quel sorriso malefico, in quell’occhio dannato, in quel buongusto, in quel tuo osservare il fisico perfetto alle mie spalle, piuttosto che guardare me, io che ti ho dato la parola, io che non potrò mai sentirti parlare. E sei una mia creatura e questo mi fa male, quasi quanto quella sensazione di dispiacere nel non averci provato oggi. Eppure la vita mi ha reso forte, immune da ogni provocazione, persino da quella un tempo più forte, ora ridicola, di una minigonna al vento, di un seno che esce da fuori non so dove, da altro e altro ancora. Con il tempo ti forgi, acquisisci carattere, quello che non avevo prima. Anni fa avrei preso il cell senza esitare, chiamato la sera stessa, prima di andare a letto. Ma il destino è crudele, l’esito è scontato quasi più della scusa che inventerete per cambiare opinione sul mio conto, per cambiare discorso. Perché le donne non sono altro che l’illusione continua, il sorriso che non tramonta mai, falso quasi quanto il loro viso. Ecco perché amo gli amici, perché non mi voltano mai le spalle e quando sono io a girarmi loro mi mettono la mano vicino al collo, mi stringono forte a loro ed è meglio di una notte d’amore, di un sogno proibito, di un pensiero indecente, di un bacio rubato, di un tormento dannato. È meglio persino delle vostre bocche quel gesto, degno di noi a tal punto da essere per sempre al di la di tutto, amici, in ogni caso. Senza remore, senza rancore, senza mai un litigio degno di esistere, senza mai una bugia a farci compagnia. Loro sono le persone che mi amano di giorno e mi stimano di notte, voi siete invece il peccato originale e la divina provvidenza, siete il diavolo e l’acqua santa, che apparite in diverse sfaccettature, senza mai capirvi, senza mai avere idee definite, istigando il cacciatore senza mai rendervi prede, provocando in ogni modo, dirottando su ragazzi migliori poco dopo. Io sono la fine del principio, sono io l’errore nell’iniziare un dialogo, io l’errore nel salutarvi, nel rendervi grandi, nel mettermi persino in ridicolo. Io i libri li ho già venduti, gli squilli non mi servono a niente, nemmeno le vostre facce, ormai tese ad indicare cose e argomenti di cui conosco già l’esito, banale più del vostro essere, spietato sarò con chi male mi ha fatto, onorato sarò a chi bene mi ha tratto. Per fortuna che l’ho capito in tempo, niente più lacrime, la pioggia non è più una condizione del mio essere. Dopo la pioggia… il sole.

August 29

Sali su fino a me.. Daniele

Svegliati, Sali su fino a me, brilla già in ogni via la tua luce. Chissà se avremo un occasione, ancora un cambio di stagione, beata me pazienza!. Inizia con questo pezzo il mio nuovo intervento, ora vi spiego perchè.

Mi scuso se mi contraddico ma è ovvio. È giusto che sia così. Cancelliamo quello che ho detto sulle olimpiadi. Il calcio è la mia vita. Se così non fosse non vivrei di altro, quasi non respirerei. Perciò torniamo alle emozioni vere quelle che farebbero rabbrividire il più ignoti degli osservatori sul teleschermo. Il mio intervento ha un nome e un cognome, ed è lui, l’unico vero acquisto grande grande che da anni ha fatto la Roma, è immenso quanto il capitano, pensate che lo chiamano capitan futuro, proprio lui la certezza di ieri, la speranza di domani che comunque resta una conferma nella quotidianità, lui lo definirei capitan presente, anche domenica con la fascia al braccio, capace di trasformare il suo brutto anatroccolo in un principe. Sino a quel momento, diciamocelo, la Roma non aveva giocato per niente, umiliata nel primo tempo, rinvigoritasi nella ripresa. Ma la mia faccia resta attonita, rimane in mente quell’immagine che fa battere il cuore forte, quella grinta che solo lui ha, quel tiro “disperato” da fuori, il segno evidente di un fuoriclasse che vuole da solo mutare la partita di altri dieci compagni che non ci sono in campo, gioca da solo e mette la palla nel posto più buio della porta avversaria, segna così, un tiro pazzesco e poi un urlo, Daniele De Rossi, capitan presente, non più domani, perché lui è attualità e storia, scommessa e certezza, qualità e quantità. È il più costante, il tifoso prima del calciatore. Daniele prende e tira di colpo, come se volesse ammazzare da solo una sorta di squadra invincibile. Quella rabbia che sfoga dopo, dentro il suo sangue e sulla sua maglietta alla faccia, dimostra quella grinta di un ragazzo maturo, quell’urlo passa da Milano per Roma arriva sino a Taranto, nel profondo del mio cuore, dimostra la differenza tra un giocatore normale ed un giocatore ultrà. Dimostra l’innata coesione di mente e piede. Lui il cervello e la tecnica nello stesso tempo. Per questo penso a quella canzone, al presidente, Sali su fino a me, Daniele, fino al presidente che sta in  cielo, Sali su ogni volta che rivedo quell’immagine e resto senza parole, con il fiato in gola e con un urlo, brilla la tua luce, riaccendi le speranze, dopo un umiliazione che avrebbe dovuto essere più ampia. E penso al titolo di quella canzone, pazienza, si, in quel tiro c’è persino la pazienza di una frustrazione che cambia e diventa liberazione, di una coppa che se non è arrivata perlomeno siamo riusciti a sfiorarla, ad avvicinarla a noi, e quella coppa è come se fosse nelle nostre mani. In campo Mancini era dalla parte opposta, Totti neanche si è visto, Taddei fuori, Cicinho a casa, Panucci in panca, Giuly a Monaco, Tonetto è entrato dopo, eppure Menez doveva ancora venire, Baptista era venuto da poco e persino Riise non è quello che cercavo. Quello che voglio lo ritrovo ogni anno in lui, nel capitano che verrà, che è venuto e che viene sempre, di partita in partita. Il migliore tra gli acquisti, la conferma di una vita. E vorrei vederlo vestito normale, quasi non ci riesco, vorrei stringergli la mano come se fosse una persona normale proprio lui, l’immenso, l’inverosimile, non è umano, non è comune uno come lui, che segna mentre la testa è nei problemi di vita, nella morte del padre di tua moglie, ma accantoni praticamente tutto, c’è l’Inter la squadra più odiata. Ma il presidente non si può onorare con così poco, per questo ci vorrà ancora lui, il futuro, ci vorrà soprattutto la beata pazienza. E arriveremo li, alzeremo qualcosa di alto, rubatoci l’anno passato. Per questo parlavo di gioie finte e delusioni vere. La nostra è una vera delusione, diventerà presto una gioia certa, basti pensare che a Milano, in campo, si è visto solo De Rossi, con quel suo tiro a dare la scossa, a cambiare volto alla squadra, a trascinare i calciatori normali, a mutarli. Sei entrato senza far rumore, piano piano, e adesso hai un sogno da realizzare, un destino da dedicare, in cielo più in alto, con traguardi che arrivano solo con grandi campioni, e tu sei campione del mondo, sei il bello e il cattivo tempo, perciò cambieremo stagione, perciò ci vorrà pazienza. Il percorso è lungo. La data certa, lo stadio deciso da tempo, manchi solo tu, e quel tuo grido disperato. 27 maggio 2009.

August 24

Pechino, per tutta la vita

E pensare che non amavo gli sport, io quello della vita sedentaria. Quello che alla play station conosceva solo “Tekken 3”. Ma la televisione certe volte ci fa diventare tutti atleti, tutti olimpici magari, tutti come i personaggi dei telefilm trasmessi, da piccoli sognavamo i cartoni animati e ci entusiasmavamo ad un “onda energetica” qualsiasi di Goku oppure ad un “fulmine di Pegasus”. Così diventiamo più grandi, il calcio è lo sport più diffuso, lo inizi a conoscere tra le strade non asfaltate di giù a casa, inizi a sbucciare ginocchia di sangue, inizi a provare le prime esperienze da calciatore, ti senti uno di quelli della tv, proprio perché quello sport lo pratichi, è lo sport collettivo per eccellenza perché riesce a mostrare la bravura del singolo che poi è quella che va a fare la differenza. Continui a giocare nella speranza che il tuo sogno si materializzi presto. Vedi in tele giocatori forti e ti chiedi se un giorni riuscirai a sfiorarli, a marcarli o chissà magari a fargli persino gol. Supereroi da fumetti. Poi hai una delusione immensa nel vederti grande. Non hai avuto il finale romantico di Dawson e della sua cricca. non avrai mai una tata come “la tata”, non avrai la vita eroica di Clark Kent il superuomo, e avrai già messo da parte le mosse di Mazinga, di Ken, avrai in testa solo gli esseri inumani del calcio, da Totti a Del Piero, da Kakà a Ibra ad ognuno corrisponderà un idolo, uguale e diverso in base alla passione. Ma a vent’anni ti rendi conto che non potrai mai essere uno di loro, tu al loro mondo non appartieni anche perché quei tuoi piedini quella palla non la dominano ma la maltrattano, “la prendono a calci”, non fai godere i tifosi, li fai solo innervosire, sei uno normale tu, potrai solo continuare a guardare la tele in cerca di quell’idolo mai raggiunto, a chiederti per ore se quello che fa quello fossi capace di farlo io. Poi ti svegli di colpo da un sogno, ti accorgi che infondo quello sport così duro, quello sport che tutti praticano, che è sulla bocca di tutti, un po’ ti da anche sui nervi, sei stanco di sentir parlare sempre è solo di quello. Gli altri sono diventati malati da questo. Si preferisce una partita di pallone ad una ragazza. Allora accendi la tivu, vuoi dire basta da tempo, ti appassioni a Lucilla Perrotta e al beach volley, a Tai Aguero, a Mastrangelo nelle loro rispettive pallavolo, maschile e femminile che siano, ti innamori di quel mago del fioretto di Tagliarol, di Valentina Vezzali e del suo oro che luccica, ti accorgi che la vita non è rinchiusa attorno a quella sfera da calciare nella rete, c’è altro ed altro e altro ancora che nemmeno l’immaginabile può sfiorare. Grazie alle Olimpiadi ho imparato ad amare altri sport, ho visto un certo Bolt fare cose da pazzi, proprio lui il più veloce al mondo, altro che “thunderbolt Riise”, altro che Martins, ho visto Phelps e le sue otto medaglie tutte dorate, prese tutte in quel posto che più di tutti lo esalta, l’acqua, meglio di un delfino proprio lui che quando va sotto si trasforma in una farfalla, ed è quello lo stile che più lo rappresenta, e apre le ali del suo avvenire, emoziona la gente, diverte ed incanta, un po’ come la nostra Pellegrini che si trasforma in un pesce da stile libero, libero persino dal peso del tempo, morto con lei, tempo che si ferma sul cronometro prima di ogni altro in quella sua specialità ed è una prestazione da primato mondiale, poi c’è l’argento della pupona Filippi. Ma c’è tanto altro ancora, c’è Nadal che vince su tutti, sempre lui, il mago del tennis, meglio di Maradona a livello individuale nel calcio, meglio di Amstrong nel ciclismo, di Shumacher nella formula 1. E se nel motociclismo a Rossi corrisponde Stoner, l’eterno rivale (rimpiazzato oggi dal Biaggi del tempo che fu), nel tennis a Nadal risponde Federer con una forza uguale e contraria. Così il paragone illustre arriva anche nel calcio Da Maradona a Pelè, da Messi a Ronaldinho, passando di colpo sempre dal Brasile all’Argentina e viceversa. Nel nuoto c’è pure l’antagonista, se così si può chiamare uno che arriva secondo sempre dietro ad un fenomeno di nome Phelps, un certo Milorad Cavic, che si mette sempre alla destra dello statunitense.

Manca ancora uno sport che non ho citato, un qualcosa che mi ha preso a pelle. Non era la pallavolo, non era una partita di calcio, eppure mi sto innamorando. Si tratta del basket. Due partite ho visto, qualcosa di allucinante. Non ne capisco ancora niente di ruoli, zone, schemi ma è formidabile come mi esaltino quei tipi la.

Questi si che fanno divertire il pubblico, riempiono gli stadi, giocano con schemi semplici ed esecuzioni difficili, danno spettacolo, fanno battere i cuori. Ed è qualcosa di assurdo vederli volare a canestro, vederli persino sul gradino più alto del podio solo adesso, loro il Dream Team. Lebron James, Carmelo Anthony, Kobe Bryant, dei mostri della pallacanestro che hanno avuto dall’alto poteri che a confronto batman sembrerebbe superfluo, che Supermen quando ci sono loro non vola nemmeno più, che Hulk decide di diventare verde ma solo di rabbia, perché i veri beniamini del pubblico sono loro, per tutta la vita, la squadra delle stelle, metterebbero la palla in buca persino bendati, persino da ciechi, volerebbero in aria persino senza gambe, perché la loro adrenalina va al di la delle loro doti, sono così tecnici e spettacolari nel complesso che le loro partite a volte sembrano avere fine prima che inizino, sono dei maghi, non falliscono un canestro. Ma c’è chi ha lottato con loro per una medaglia a Pechino, l’Argentina e la Spagna hanno gareggiato alla pari, rimangono i punti a fare la differenza. Onore al merito dunque. Soprattutto se di fronte hai giocatori come Ginobili, anche se infortunatosi, Delfino, Nocioni, Oberto, Quinteros il mago dello slalom, Gutierrez, senza dimenticare il capitano Scola, l’uomo in più, quello con gli occhi da dietro. Tutti giocatori che meritano il bronzo quasi quanto l’argento conquistato da altri personaggi dello spazio: da Gasol a Jimenez, passando per Juan Carlos Navarro con la sua parabola discendete, l’arcobaleno fino a Rudy Fernandez con il suo tiro da tre, triple su triple che infine risultano punti pesanti, Reyes l’ariete. La Spagna ha meritato di essere sul podio. Pensavo che non ci fosse emozione più grande di un gol, eppure c’è qualcosa di immenso che passa dall’Europa e arriva in America, la scopre tutta da nord a sud, passa per la Giamaica e si ferma nel tempio degli ultimi sospiri, nel mondo degli occhi a mandorla, proprio in Cina, a Pechino, paese olimpico per un anno, per tutta la vita.

 

August 22

Impossible is nothing!

Ciao, sono Gilbert Arenas è questa è la mia storia.

Quando entrai nell’NBA passai le prime 40 partite della mia carriera in panchina, e dicevano che avrei giocato zero minuti.

Sai, penso che non si fossero accorti del talento che avevo, pensavano valessi zero. Potevo restarmene li, ad amareggiarmi, mi sono allenato e allenato, quando nessuno crede in te, qualunque cosa fai è positiva. Non si trattava più nemmeno di basket, si trattava di dimostrare che si sbagliavano.

Quindi ora gioco con il numero 0 perché mi ricorda sempre che devo scendere in campo e combattere, ogni giorno.

 

Mi chiamo Lionel Messi, e questa è la mia storia, quando avevo 11 anni mi diagnosticarono un problema all’ormone della crescita,

 

ma essendo più piccolo degli altri, riuscivo ad essere più agile: ho imparato a giocare a calcio palla a terra, perché era li che mi sentivo più a mio agio. Ora ho capito una cosa, la sfortuna, a volte, si trasforma in fortuna.

 

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